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Anno: 2020

Evento: Festa della parrocchia Roma Nord e festa dell'Unione del 1859

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Lettera Pastorale per la Festa della Risurrezione del Signore di Sua Ecc. Mons. Virgil Bercea, vescovo di Oradea Mare

Lettera Pastorale per la Festa della Risurrezione del Signore di Sua Ecc. Mons. Virgil Bercea, vescovo di Oradea Mare

Resurrezione del Signore, 2011
          
LETTERA PASTORALE PER LA RESURREZIONE DEL SIGNORE 2011
          
“abbiate fiducia; io ho vinto il mondo”!
(Gv 16,33)
          
Cari fedeli,
Nel giorno della Sua Resurrezione dai morti Gesù Cristo va da trionfatore dalla tomba per incontrare la Sposa, ossia la Chiesa, ma anche per incontrare ciascuno di noi in modo personale. La fede nel fatto storico della resurrezione del Signore e la speranza nelle promesse che Egli stesso ha fatto hanno dato agli Apostoli ed ai loro successori la motivazione per predicare questo miracolo che è giunto, superando i secoli, sino a noi. I Vangeli ed i Santi Padri ci parlano proprio di quest’avvenimento e ci trasmettono la speranza che anche noi risorgeremo assieme al Signore. Anch’io oggi desidero parlare di questa speranza e fiducia.
La fede, afferma San Paolo “è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. (Eb 11,1), con la fede: noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede (Eb 11,3); con la Fede serbiamo tutto quello che la Chiesa ci insegna e la fede è quella che fortifica la speranza che non muore. Sempre San Paolo ci dice: con la fede ci siamo salvati… e se speriamo in quello in cui non vediamo, aspettiamo con pazienza (cfr. Rom 8,24-25). La speranza ci aiuta a guardare al futuro ed a tendere verso di esso; con la speranza facciamo i nostri piani e realizziamo i nostri desideri: la speranza è il futuro. Tuttavia ci sono momenti nella nostra vita in cui sia la fede, sia la speranza in Dio, sono messe alla prova dal “verme del dubbio” e dai colpi crudeli della vita.
          
Cari fedeli
Nella Settimana Santa, Gesù è venduto, è ingiustamente giudicato, alcuni depongono false testimonianze contro di Lui, i soldati tirano a sorte la sua tunica, mentre Lui pende dalla Croce. Gli uomini che ha aiutato e i cui ammalati ha guarito passano vicino a Lui “scuotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!” (Mt 27,39-40). Così anche i maestri della legge, i capi del popolo - gli scribi, gli anziani e i sacerdoti - lo scherniscono dicendo: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Se sei il re d’Israele, scendi ora dalla croce e ti crederemo (Mt 27,42-43). “Della gran moltitudine di discepoli e di uomini che lo seguivano attraverso i territori di Israele, vediamo che sotto la Croce gli rimasero accanto solamente alcune donne spaventate e “il discepolo che amava”(Gv 19,26).
Neppure il tempo gli era favorevole perché: “dall’ora sesta”, ci dice la Scrittura, le tenebre avvolsero “tutta la terra fino all’ora nona”. (Mt 27,45).
In questo contesto, sotto i colpi crudeli della vita, in realtà dei nostri peccati, vediamo Gesù gridare sulla Croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Gli uomini che lo guardavano, invece di aiutarlo, rimasero passivi dinnanzi alla sofferenza, dicendo tra di loro: “Vediamo se viene Elia a salvarlo”. (Mt 27,49) “Lasciato anche dal Padre dei cieli” (cfr Mt 27,46), Gesù muore; e sembrerebbe che la morte avesse avuto l’ultima parola: ”S’è compiuto” disse Gesù in Croce: “E reclinando il capo spirò” (Mt 27,50).
Queste ultime parole di Gesù sulla Croce ci danno la misura della totale solitudine che l’uomo sente quando è colpito nella vita. In siffatti momenti difficili della vita sembra che tutti siano passivi dinnanzi alle nostre sofferenze, sembra che le tenebre abbiano avvolto tutta la terra, persino Dio sembra troppo lontano da noi o sembra ci abbia abbandonato. Così come accadde con Gesù, in siffatti momenti difficili della nostra vita più spesso appare qualcuno che invece di darci una mano o di dirci una parola buona, getta il seme del dubbio: ”Ha confidato in lui: lo liberi ora” (Mt 27,43) gli dissero gli scribi: “Vediamo se viene Elia a salvarlo” (Mt 27,49), dicevano gli uomini: Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!”. (Giobbe 2,9), disse la moglie di Giobbe quando si ammalò. In realtà in queste parole della Scrittura ognuno si trova quando la sofferenza infierisce su di noi, quando la fede è messa alla prova e la speranza diviene vacillante.
          
Cari fedeli
Quando Gesù parlò ai suoi discepoli ed apostoli della passione e morte che avrebbe dovuto subire, spesso diceva loro: “il terzo giorno risusciterò” (cfr Lc 3,32-33). Nonostante ciò, “essi si rattristarono molto” (Mt 17,23) e “non capirono nulla di ciò” (Lc 18,33-34): solamente dopo la Resurrezione queste parole furono capite dagli Apostoli, dai discepoli e dalle mirofore “Non temete” (Mt 28,5). Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. Ed esse si ricordarono delle sue parole (Lc 24,6-8). Spesso, spesso Gesù insegnò ai suoi che l’ingiustizia, la sofferenza e la morte non sono eterne, perché al di là dell’ingiustizia, al di là della sofferenza e al di là della tomba c’è la Resurrezione, c’è la Speranza.
Come gli Angeli ricordarono alle donne delle parole di speranza di Gesù, che il terzo giorno sarebbe risorto, così anche la Chiesa predica da due mila anni la fede nell’avvenimento storico della resurrezione per ricordare agli uomini ed infondere loro la speranza che l’ingiustizia, la sofferenza e la morte non sono eterne: “E Dio che ha risuscitato il Signore, risorgerà anche noi con la Sua potenza” (1 Cor 6,14), ricordava San Paolo ai Cristiani di Corinto. La fede nella Resurrezione del Signore ha infuso la speranza ed ha motivato i primi cristiani a predicare Gesù a tutte le nazioni (cfr. Mt 28,19), anche a rischio della propria vita: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15,14). La stessa fede ha sostenuto i nostri cari predecessori nelle carceri comuniste, sperando nella resurrezione e con la stessa fede sono usciti i giovani per le strade nel 1989, sperando in un mondo migliore.
          
Miei cari,
I tempi non sono quelli che ci aspettavamo. Le crisi politiche finanziarie, morali e personali sono ad ogni angolo, la fede e la speranza sono messe a rischio in ogni momento. Le famiglie sono divise tra la Romania e i Paesi stranieri, ci spaventano tante calamità naturali, come pure l’ingiustizia e la sofferenza che sono attorno a noi; sembra che tutto il mondo viva il Venerdì Santo, sembra che tutto il mondo sia nelle tenebre. In questi tempi è il momento che ritorniamo al Verbo di Dio, per ricordarci delle promesse che Gesù ci ha fatto: “con la perseveranza e la consolazione che vengono dalla Scrittura abbiamo la speranza” (Rom 15,4).
Per questo, proprio adesso nella Resurrezione del Signore, non dobbiamo dimenticare che la Speranza ci porta dalle tenebre alla luce: “Tanto più si fa buio intorno a noi” affermava Edit Stein (Malgré la nuit) “tanto più dobbiamo dischiudere il nostro cuore alla luce che ci viene dall’alto” perché “nessuna notte è tanto lunga da impedire il sorgere del sole”. Per quanto lontani siano gli uni dagli altri, all’alba il sole spunta, all’alba si portano gli aromi, all’alba sono state sentite le parole: “perché cercate Chi è vivo tra i morti?” (Lc 24,5), all’alba siamo incoraggiati a non temere, all’alba dispare la stanchezza e siamo illuminati dalla Luce, all’alba risorge Cristo. All’alba c’è un nuovo inizio.
Vi esorto a fare di questa Festa della Resurrezione del Signore nostro Gesù Cristo un momento di incontro personale con il Salvatore e di ricordo delle parole piene di speranza che Egli ci ha detto: "Abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo”. (Gv 16,33).
          
          Vi auguro Buone feste!
          Cristo è risorto
Traduzione in italiano: prof. Giuseppe Munarini
+ PS Virgil Bercea, episcop de Oradea Mare

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